Territorio e Storia

Il paesello, veduto dal colle stesso su cui sta il borgo di Perosa, offresi a voi, in poca lontananza, con modesto tempio, l'ospedale, il cimitero, le scuole, ecc., frammezzo ad alberi fruttiferi di ogni sorta, per cui venne detto, nei tempi della latinità, un pomarium, ossia verziere; e, quando sono in fiore i mandorli, gli ulivi frammesso ai ricchi vigneti bassi, cui l'agricoltore pianta e mantiene ogni cura, su quei caldi ed alti pendii, è tale l'aspetto di quel ristrettissimo angolo di terra, da trasportarvi col pensiero, ai tempi del mondo primitivo, e da farvi ripetere quanto ispirava il caro suo Tusculum al cesareo romano poeta, or sono quali due mila anni addietro: "Hic locos, Praeter omnes terrarum orbis Mihi arridet"
(Amedeo Bert, 1884)

"Appena usciti da Perosa ecco stendersi dinanzi a noi il superbo anfiteatro di Pomaretto coi suoi rinomati vigneti, le sue belle praterie, le graziose ville che vanno adornando il paese da qualche anno a questa parte."
(Giuseppe Sallen, 1908)

cartina Pomaretto                             cartina zona ramìe

POMARETTO TRA STORIA E RAMìE

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INFORMAZIONI SUL TERRITORIO

Superficie: Kmq 8,53
Altitudine: m 620 (capoluogo)
Altezza minima: 594 m
Altezza massima: 1.681 m
Distanza da Torino: km 56
Densità: 132 abitanti
  Popolazione

POMARETTO - Evoluzione demografica

Il Comune deriva il suo nome dalle vaste culture di meli, che un tempo coprivano le sue ridenti colline: sullo stemma comunale sono infatti raffigurati sette pomi d'oro insieme ad una mitria d'argento, ad indicare anche una terra infeudata. Situata alla confluenza delle due valli, in uno splendido anfiteatro naturale, Pomaretto è praticamente la porta della Val Germanasca un tempo fortificata da ambedue i lati: sulla sinistra orografica si ergeva infatti la Torre delle Banchette e sulla destre il Fort Luis, in una rimarchevole posizione strategica.
La dominano da un lato la Punta Tre valli (m1639), rivestita da boschi, punto di convergenza di tre valli (Val Pragelato, Val Perosa e Val S. Martino) e per alcuni secoli confine di stato dall'altro il poggio del Forte.

Amedeo Bert, nel suo libro intitolato: "Gite e ricordi di un bisnonno", pubblicato nel 1884, così vede Pomaretto.

"A Pomaretto: pace campestre e vita comunitaria. Il paesello, veduto dal colle stesso su cui sta il borgo di Perosa, offresi a voi, in poca lontananza, col modesto tempio, l'ospedale, il cimitero, le scuole, ecc. ... frammezzo ad alberi fruttiferi d'ogni sorta, per cui venne detto, nei tempi della latinità, un pomarium, ossia verziere; e, quando sono in fiore i mandorli, gli ulivi ecc. frammezzo ai ricchi vigneti bassi, cui l'agricoltore pianta e mantiene con ogni cura, su quei caldi ed alti pendii, è tale l'aspetto di quel ristrettissimo angolo di terra, da trasportarvi ai tempi del mondo primitivo...".

Il territorio dove sorge Pomaretto, viene descritto ricco di alberi da frutta, primo fra tutti il melo, da cui il comune ha tratto il proprio nome.

Lo stemma del comune, concesso con decreto del Presidente della Repubblica, in data 30 giugno 1963, "d'azzurro all'albero al naturale radicato su campagna verde, caricato da sette pomi d'oro ..." vuole appunto sottolineare l'abbondanza di meli, che anticamente erano coltivati nella zona.

Le immagini fotografiche di Pomaretto, scattate alla fine del secolo scorso, ci propongono effettivamente l'idea di un paese ricco di alberi fruttiferi, come ce lo descrive Amedeo Bert. Ogni più piccolo pezzo di terra è lavorato con tenacia, con accanimento: a valle prati e campi vedono crescere grano, orzo, granturco, fave, lenticchie, cavoli, patate; sul declivio della montagna una miriade di muretti a secco, i bari trattengono palmo a palmo quella poca terra, mista a pietre, in cui affondano le loro radici le viti dei Ramìe.

Sul versante dell'Inverso di Pomaretto, in un ambiente un po' umido e non troppo soleggiato, si innalzano splendidi esemplari di castanea sativa, come viene chiamato dai botanici il castagno: vecchi giganti, dalla corteccia profondamente fessurata, al riparo dei quali vivono il ghiro e l'allocco. Lou chatanharé, lou garoulas, toponimi "Monte bianco", delle caldarroste preparate quando si tirava il vino dei Ramìe.

Numerosi erano i meli che crescevano nel nostro Comune; questa pianta tipica del clima temperato, che prospera tanto in pianura quanto in montagna, è sufficiente che non sia esposta ai venti e deve essere ben irrigata. Particolari qualità di mele prodotte ì cui nomi oggi si stanno perdendo: renetta, rouiet, fournas, rous camin, rous chamboun, delisia, carpandu: quest'ultimo probabilmente il carpandue di "lessico familiare". Nomi d'altri tempi che evocano la cucina del passato: mele cotte, mele cotte nel forno a legna, frittelle di mele ricoperte di zucchero in polvere.

Tratto da 'Les recettes du bon vieux temps passé et d'aujurd'hui' - a cura della Pro Loco di Pomaretto

LA STORIA DEL COMUNE

Non ci sono informazioni precise del paese nella preistoria e nel periodo romano; tracce e segni sono stati ritrovati sulla sinistra orografica del torrente Germanasca, in località Pont Raut, alla mulattiera che collega le borgate Rey e Faure, e delle scuri in pietra, di presumibile età preromanica, sono state trovate al Clot Boulard.

La tradizione vuole che gli antichi barbari abitanti delle valli Chisone e Germanasca fossero i Magelli, tribù di origine ligure; di questi è rimasta traccia nei cognomi Massel e Masseilot e nei nomi di località Masselli, Massello, Macello.

La prima dinastia piemontese che la storia ricordi è quella dei Cozii, le cui tribù erano sparse, sui due versanti delle Alpi dal Monviso al Cenisio.

Caduto l'Impero Romano (476 d. C.), si susseguirono le invasioni barbariche; ma anche la storia di questo periodo è avvolta nelle tenebre del mistero.

All'inizio del 900, discioltosi l'impero di Carlo Magno, i Saraceni invasero le vallate, portando ovunque desolazione e morte, fino quasi all'anno 1000. Gli abitanti che non riuscirono a fuggire sarebbero stati uccisi da questi fanatici. I Saraceni avrebbero distrutto, oltre alle abbazie della Valle di Susa, anche un convento, denominato di San Nicolao, che pare sorgesse sull'area dell'attuale tempio valdese. Si racconta che, durante gli scavi per la costruzione del tempio, sarebbero venuti in luce dei ruderi di muri e volte. Questi ruderi potrebbero tuttavia risalire ad epoca assai più recente, poiché nel 1755 sorgeva un fortilizio sull'area stessa.

Del passaggio di questi barbari nella nostra zona, è rimasto qualche ricordo attraverso alcuni nomi di località e cognomi: nel nostro paese, la zona denominata "Pertür Sarasin", a monte dei casolari Barouèl della borgata Faure, il cognome Morel e il nome di famiglia Maurin. In ogni caso, il paese seguì nella storia le sorti delle zone e comunità vicine, e assunse la sua identità comunale solo a partire dal 1630, anno in cui venne staccato da Perosa ed il versante sinistro della Val Chisone diventò francese.

Il Comune fu istituito nel 1630 allorché il versante sinistro della valle diventò francese, e successivamente si unificò con quello di Perosa nel periodo dal 1928 al 1956. Sulla Punta Ceresa (m 1267) così chiamata per la presenza, lungo i suoi pendii, di piante di ciliegio selvatico. Sulla sommità una roccia, reca ancora scolpiti la croce sabauda ed il giglio di Francia.

Fino ai primi decenni del XX sec. il territorio era infatti un'appendice di Perosa, in gran parte sfruttato dai valligiani che vi possedevano piccoli ricoveri (chabot), utilizzati per coltivare i vigneti. Poi il borgo è cresciuto rapidamente con l'avvento delle industrie tessili.

Molte delle sue vicende storiche sono legate alla storia dei Valdesi, che qui fondarono importanti opere quali l'Ospedale valdese, la Suola Latina e il Convitto Valdese, che attualmente ospita l'Esposizione permanente Antichi Mestieri, una singolare collezione di modellini di legno scolpiti da Carlo Ferrero e vestiti dalla moglie Enrichetta, i quali riproducono i mestieri legati alle attività della valle. Tra gli edifici più rimarchevoli ricordiamo quello più antico, la Parrocchiale di S. Nicolao, ed il Tempio valdese situati in un bel pianoro solitario a cui fanno da corona le montagne.

Il Comune è circondato da colline poste a mezzogiorno coltivate a vigneti, da cui si ricava il rinomato e ricercato Ramìe, un vino rosso intenso e di buona gradazione alcolica, oggi a denominazione di origine controllata Pinerolese Ramìe. Altro prodotto tipico del luogo è il Barathier, un elisir inventato nel 1905 da Giacomo Bernard, che lo aveva ricavato dall'infusione in acqua ed alcool di sette varietà di piante.

Va infine ricordato che nell'800 nelle zone di Masselli e Clot Boulard, sulla destra del Germanasca, furono aperte alcune miniere di grafite che ebbero un discreto sviluppo. Di notevole interesse storico la "Rocca Pertusa". In epoca probabilmente anteriore alla scoperta degli esplosivi, per poter derivare l?acqua dal Chisone, venne scavata per circa 40 m una "bealera" nella roccia ed aperto un varco di circa 8 m nella roccia stessa.

Il Comune è gemellato dal 1998 con Mirabel et Blacons, una cittadina della Drôme.

La storia di Pomaretto si intreccia strettamente con la storia valdese: in queste valli infatti la Chiesa Valdese, chiesa protestante che ha aderito alla Riforma del XVI secolo, ha avuto il suo centro e grande adesione, tanto che queste valli sono note come "Valli Valdesi", di edificazione, soprattutto in Francia, con i libri della casa editrice Toulouse, espressione del Risveglio religioso protestante dell'800. Il numero dei lettori non fu mai molto elevato. La media complessiva per tutte le Valli è in genere sui 400.

La diffusione capillare della cultura biblica e la formazione permanente e ricorrente di una mentalità protestante è avvenuta nell'ultimo secolo e mezzo soprattutto attraverso le riunioni quartierali. Questi incontri di culto, di dibattito e di informazione si sono tenuti per lungo tempo negli edifici delle Scuole Beckwith; oggi si tengono anche abbastanza spesso nelle case private. Essi continuano ad essere occasione per studiare la Bibbia, ma anche per dibattere i problemi di attualità,per informare la popolazione valdese sui problemi generali della comunità cristiana, della diffusione del cristianesimo nei paesi extraeuropei, delle nuove tendenze della teologia, ecc. Si tratta di un'attività che caratterizza la Chiesa Valdese forse ancor più dello stesso culto domenicale.il culto domenicale si è tenuto fino a tempi recenti nei templi, costruiti secondo lo stile protestante in modo da sottolineare la centralità della Parola, cioè della predicazione, più che del Sacramento. Con il calo della popolazione e della partecipazione ai momenti liturgici si usano oggi in generale, soprattutto nel periodo invernale, sale più modeste, più facilmente scaldabili e con migliore acustica. I templi servono per i funerali e per i culti delle feste considerate più importanti (Natale, 17 febbraio, Pasqua, ecc.), in occasione dei quali si verifica una partecipazione più numerosa.

Alle attività cultua1i la Chiesa Valdese ha da tempo affiancato iniziative culturali e assistenziali, che oggi si esplicano in particolare nel Centro Ecumenico di Agape a Prali, nel Collegio Valdese di Torre Pellice (Liceo classico e linguistico) e in una serie di istituti per anziani, per minori in difficoltà e nei due ospedali di Pomaretto e Torre Pellice. Alcuni musei, tra cui in particolare quello di Torre Pellice, quello di Prali, quello di Rodoretto e quello della Balziglia a Massello, sono un utile sussidio per la conoscenza della storia del movimento valdese e della cultura valligiana considerata sotto il profilo etnografico.

La presenza del movimento Valdese in Europa e nel Pinerolese

Il movimento valdese nasce alla fine del XlI secolo nel contesto di un fermento di ripensamenti del cristianesimo che dà origine, oltre che a vari movimenti ereticali, anche ad una fioritura di ordini monastici all'interno del cattolicesimo.

Il luogo di origine del Valdismo è Lione, dove un mercante di nome Valdo o Valdesio attraversa, intorno al 1175, una forte crisi religiosa che lo porta a disfarsi dei suoi beni ed alla decisione di mettersi a predicare l'Evangelo. Ben presto quest'ultima scelta incontra l'opposizione della gerarchia ecclesiastica, dallo lo stato laicale di Valdo, e quindi finisce col situare il movimento nato da tale predicazione fuori dall'ortodossia cattolica.

Questo non impedisce la diffusione delle nuove idee e stimola anche una loro chiarificazione. Praticamente il Valdismo si diffonde a ragnatela in tutta l'Europa e predica l'obbedienza letterale al sermone sul monte di Gesù contenuto nei capp. 5-7 dell'Evangelo di Matteo, col rifiuto della violenza e del giuramento. Questa predicazione fatta nella lingua del popolo serve a contestare contemporaneamente la gerarchia cattolica, che pretende il monopolio della predicazione, la struttura imperiale, che si regge sulla fedeltà al giuramento di vassallaggio nei confronti dei sovrani, e la cultura dominante, che si regge sull'uso della lingua latina.

Malgrado la diffusione e l'impostazione piuttosto eversiva del movimento, questo non si preoccupa, per tutto il periodo medioevale, di darsi un'organizzazione molto strutturata. I predicatori - o barbi, cioè "zii" (in polemica con il termine di "padre" dato agli ecclesiastici cattolici) - visitano i gruppi andando a piedi, in coppia, dall'uno all'altro. Solo nel XVI secolo, con l'avvento della Riforma Protestante, il Valdismo sente il bisogno di darsi una più adeguata struttura organizzativa. Alla Riforma, infatti i Valdesi danno la loro adesione, dopo varie discussioni e contrasti interni, nel Sinodo tenutosi a Chanforan, in Val d'Angrogna, nel 1532. Da questo momento una specie di movimento di opinione, sia pure scomunicato e quindi autonomo nella sua struttura, si trasforma in una Chiesa; le persecuzioni e l'assorbimento da parte della Riforma dei residui di Valdismo d'oltralpe fanno sì che la Chiesa Valdese sia di fatto confinata per circa tre secoli nelle valli del Pinerolese.

Questo confinamento, del resto, non pone fine alle persecuzioni. Anzi, a metà degli anni '80 del 1600, un'offensiva particolarmente dura derivante dall'applicazione anche nel Ducato di Savoia della revoca dell'Editto di Nantes, sembra segnare la fine di questa piccola chiesa. Le Valli Valdesi sono devastate, la popolazione è in gran parte rinchiusa nelle prigioni della pianura piemontese, dove molti muoiono di stenti e di epidemie. I superstiti riescono a trovare scampo in Svizzera, nel 1686, da dove torneranno nel 1689 con una marcia quasi leggendaria, chiamata dalla storiografia tradizionale Glorioso Rimpatrio.

Il Settecento è caratterizzato da una maggiore tolleranza, che avrà il suo culmine nel periodo rivoluzionario e napoleonico. Dopo alcuni decenni di recrudescenza dell'intolleranza in conseguenza della Restaurazione, il 17 febbraio 1848 i Valdesi otterranno dal re Carlo Alberto il riconoscimento dei diritti civili. Questa data diventa alla fine del secolo un giorno di grande festa e tale è rimasto fino ad oggi.

Diritti civili non significavano libertà religiosa. Si trattava, infatti, dei diritti non di liberi cittadini, ma di sudditi del Re di Sardegna. Tuttavia, avvalendosi della possibilità di muoversi liberamente sul territorio di Sua Maestà che dal 1861 sarà il Re d'Italia, i Valdesi escono dal ghetto delle Valli Valdesi e avviano un'opera di proselitismo che porterà alla nascita di numerose comunità in tutta la penisola.

Nel Pinerolese, invece, la miseria spinge la popolazione valdese come quella cattolica a cercare nuove soluzioni al problema della sopravvivenza con l'emigrazione. Pertanto numerose famiglie partono alla volta dell'America Meridionale, nell'Uruguay e nell'Argentina, intorno al Rio de la Plata, dove fondano colonie che diventeranno un gruppo di chiese quasi numeroso come quello delle Valli. Altre ondate di emigrazione si dirigono verso gli Stati Uniti, in particolare nel North Carolina e, più vicino, verso la Francia (Marsiglia).

La diffusione del Valdismo in Italia e la creazione di queste colonie ritrasforma la chiesa-ghetto in chiesa diffusa a ragnatela e, se preferiamo, a macchia di leopardo, nella nuova geografia della "civiltà industriale" - o coloniale che dir si voglia.

Charles BeckwithMa nell'Ottocento si trasforma la vita ecclesiastica anche nelle Valli del Pinerolese. Il gusto della cultura scolastica, che anche in precedenza era stata strumento indispensabile per la lettura della Bibbia, porta alla creazione di numerose scuole su tutto il territorio valligiano. Dato che molte di esse sono costruite grazie a raccolte di fondi effettuate dal generale inglese Charles Beckwith che si era preso particolarmente a cuore l'assistenza e l'istruzione a beneficio dei Valdesi esse prendono il nome di Scuole Beckwith. Il loro numero massimo, alla fine del secolo, è di poco meno di duecento, dislocate anche nei villaggi più remoti.

Contemporaneamente un Risveglio religioso nato oltralpe ma ben presto diffusosi anche nella piccola chiesa protestante italiana, porta ad un fiorire di iniziative di associazionismo ecclesiastico che hanno lo scopo di diffondere la lettura e la conoscenza della Bibbia, la pietà personale e familiare, la sensibilità evangelistica. Nascono, così, associazioni di donne, a partire dalla Union des mères di Torre Pellice, fondata nel 1835.

Negli anni successivi tali associazioni si differenziano in base all'età delle partecipanti e all'attività prevalente dei gruppi. Avremo così, per esempio, a Luserrna S. Giovanni nel 1890 una società delle giovani ragazze, ossia "della primavera"; una società delle ragazze un po' più mature; una società di filatrici; una società di cucito ed una società di sostegno dell'istituto per ragazzi chiamato "Artigianelli Valdesi", di Torino.

Le associazioni femminili continuano a funzionare praticamente in tutte le comunità valdesi anche oggi e sono tra i gruppi più attivi ed efficienti delle chiesa.

Grande importanza formativa per i bambini hanno le scuole domenicali, nate in Inghilterra fin dal 1870, soprattutto come assistenza ai bambini della strada, e diffusesi nelle Chiese Valdesi alle Valli soprattutto dopo il 1860. Fino alla legge Daneo-Credaro del 1911 che prevedeva il graduale passaggio agli Enti pubblici del servizio scolastico, l'insegnamento biblico ebbe anche un posto cospicuo nelle Scuole Beckwith nel contesto della formazione scolastica generale. Dopo questa data la formazione biblica sarà data ancora per molti anni - praticamente quasi dappertutto fino al 1960 - nelle scuole pubbliche parallelamente all'insegnamento religioso cattolico. Ma contemporaneamente le Chiese Valdesi punteranno sempre di più a questo scopo, oltre che sulle scuole domenicali, sui corsi del catechismo, portati gradualmente da due anni a tre, poi a quattro.

STEMMA E GONFALONE

Stemma

Sono concessi al Comune di Pomaretto in provincia di Torino uno stemma ed un gonfalone descritti come appresso:

STEMMA: d'azzurro, all'albero al naturale radicato su campagna di verde, caricato da sette pomi d'oro ed accostato nel canton sinistro del capo da una mitria d'argento. Ornamenti esteriori da Comune.

GONFALONE: Drappo partito, di giallo e di azzurro, riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dello stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in argento: Comune di Pomaretto. Le parti di metallo ed i cordoni saranno argentati. L'asta verticale sarà ricoperta di velluto dei colori del drappo, alternati, con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'argento.

 

Pomaretto trae la sua originaria denominazione dall'abbondanza di pomi in gran parte selvatici che produce. La sua popolazione è costituita da Cattolici e Valdesi e una volta i Valdesi erano molto più numerosi dei Cattolici. Furono perseguitati nei primi anni del secolo XVII e per salvarsi dovettero rifugiarsi in Svizzera e in Germania. Tornarono nella loro terra d'origine verso la fine del 1600.

Fu terra feudale.
Questa signoria passò dopo lungo lasso di tempo alla città di Pinerolo.
Fece parte del più vasto feudo di Perosa di Dubbione, nel comitato di Torino.
La contessa Adelaide dona all'Abate della Abbadia di Santa Ilaria di Pinerolo nel 1064 all'8 settembre.
Passa per transizione a Tommaso da Savoia il 31 gennaio 1346, donde al Principe d'Acaja che lo aliena in favore di Provana Pietro e Daniele il 20 ottobre 1361 ai quali successero i Solaro Andreone Pietro il 6 aprile 1378.

Estinti i Solaro, lo acquista Lusignano Cardinale Lancellotto da Cipro il 20 aprile 1449. Devoluto e venduto dal Duca Carlo Emanuele I a Goveano Emanuele Filiberto il 2 maggio 1619 che a sua volta lo vende a Giliberto San Martino Daniele il 12 febbraio 1670.

Ridotto a mano regia in odio a Gaspare Antonio Giliberto San Martino 1744 9 settembre viene ceduto in cambio di Talucco e Costagrande 1'8 agosto 1745 a Bianchis Giuseppe Girolamo.

Estinti in Alfonso passa per Regio Decreto alla sorella Burgos Flavia Maria il 10 maggio 1903". Morta il 28 gennaio 1905 le succede il figlio Camillo.

Il 9 giugno del 1700 la terra di Pomaretto già comprensorio del feudo di Perosa Argentina il Duca Vittorio Amedeo II, lo infeuda ai fratelli Piccon-Piccono Francesco, Giuseppe e Luigi. Il Generale Conte Luigi Piccon lo vende a Gamba Giacomo Marcello, conte di Maretto.

Estinta la famiglia in Polissena moglie di Giuseppe Antonio Turinetti marchese di Priero. Il progetto Araldico di Pomaretto vuole ricordare nell'albero le vaste culture di pomi dai quali il Comune ha tratto la propria denominazione, e nella mitria la infeudazione di questa terra, da parte della contessa Adelaide, all'Abate mitrato, nella campagna di verde, ricordiamo la fertilità del suolo di Pomaretto.

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